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Giuseppe Laterza a Barletta
UNA ÉLITE SENZA POTERE
La cultura ci rende cittadini migliori

Il presidio del Libro di Barletta, con il patrocinio del Comune di Barletta, presso Palazzo della Marra, ha organizzato un incontro pubblico, con l'editore Giuseppe Laterza sul tema "Una Úlite senza potere", un dibattito con la partecipazione, oltre che dell'editore, del sindaco Pasquale Cascella, dell'imprenditore Sergio Fontana, del musicista Roberto Ottaviano, del sociologo Luigi Pannarale, e di Costantino Foschini moderatore della serata.
L'intervento di Giuseppe Laterza, che qui riportiamo, ha costituito il principale riferimento della discussione e del dibattito al quale il pubblico ha partecipato agli interventi dei relatori.

“Nelle ultime settimane le Lezioni di storia sono approdate in dieci prestigiosi teatri: dal Petruzzelli di Bari all’Elfo Puccini di Milano, dal Bellini di Napoli alla Pergola di Firenze, dal Giovanni da Udine al Carignano di Torino...
Dappertutto si è ripetuto il successo che da dieci anni le Lezioni riscuotono all’Auditorium di Roma: lunghe file al botteghino la domenica mattina, per comprare un biglietto e conquistare un posto alla Sala Sinopoli, che ne contiene più di mille...
Da chi è composto questo pubblico così numeroso che si appassiona alla storia ma che accorre anche a Mantova per gli scrittori, a Modena per i filosofi, a Trento per gli economisti, a Genova per gli scienziati, a Ferrara e Perugia per i giornalisti?
Le ricerche fatte in questi anni ci dicono che è un pubblico molto diversificato per età e professione. Tra loro ci sono anche i cosiddetti ‘lettori forti’, quelli che leggono almeno un libro al mese e che le statistiche quantificano in quattro/cinque milioni di persone. Non sono solo grandi lettori di libri: sono gli stessi che si informano sui giornali e in rete, frequentano abitualmente i musei e i concerti, vanno spesso al teatro e al cinema...
Spesso la si considera una ‘nicchia’ e ci si lamenta per le sue dimensioni ristrette.
Ma si sbaglia. Una nicchia è composta da persone che coltivano la stessa specifica passione: il rugby, i fumetti manga, la letteratura New Age... Qui ci troviamo di fronte a una categoria trasversale, composta da persone che hanno interessi molto diversi tra loro: ci sono i lettori forti che divorano libri gialli e quello che prediligono i saggi di attualità, gli appassionati della commedia leggera e i cultori di Shakespeare...
Nel suo insieme questa è una élite. Che ha in comune due cose: la curiosità verso il mondo che la circonda e il desiderio di condividere con altri il proprio percorso di conoscenza. Salvo poche eccezioni, nel nostro paese di questa élite non fa parte chi ha potere, cioè chi siede nei posti di maggiore responsabilità dello Stato e del mercato. Chi ha potere e soldi nel nostro paese partecipa in modo ridotto ai consumi culturali, né più né meno della media dei cittadini italiani, fanalino di coda in Europa. I dati ISTAT ci dicono, ad esempio, che il 33% dei manager italiani non legge libri, il 64% non va a teatro, il 48% non entra mai in un museo...
Questa caratteristica della nostra classe dirigente è coerente con la scarsa mobilità sociale che purtroppo caratterizza il paese.
In cui è basso il ricambio sociale e generazionale, in cui agli incarichi più importanti si accede troppo spesso per cooptazione di amici e parenti. Venendo meno a un requisito essenziale della democrazia che, come ha scritto Piero Calamandrei, è effettiva solo se consente a tutti i governati che ne abbiano le ‘capacità morali, tecniche e intellettuali’ di diventare governanti.
Anche le élites culturali hanno la loro responsabilità. Per anni abbiamo contrapposto l’intervento pubblico nella cultura al mercato, considerando quest’ultimo con diffidenza, come se misurarsi con la dimensione economica dell’impresa culturale fosse incompatibile con la libera creatività.
In tal modo ci si è allontanati dal grande pubblico, coltivando solo ristrette cerchie di persone, in possesso di linguaggi tecnici ed esoterici...
Non penso solo ai libri ma anche alla musica contemporanea, al teatro sperimentale, a certe mostre astruse, al modo in cui vengono presentate le opere del nostro patrimonio storico e artistico...
D’altronde nella scuola e nelle università italiane non si insegna a scrivere in maniera semplice o a parlare in pubblico in modo che tutti capiscano. Con la conseguenza che i nostri governanti generalmente scrivono e parlano in modo barocco e per allusioni, poco preoccupati della chiarezza argomentativa...
Parlando con tanti esponenti del nostro ceto dirigente - politico ma anche economico e professionale - in questi anni ho avuto spesso l’impressione che pensassero alla cultura come un bel soprammobile, un lusso, un divertimento.
Raramente ho avvertito la consapevolezza che la cultura può essere il più formidabile strumento di partecipazione democratica e di inclusione sociale. Certo, per renderla tale bisogna uscire dalla concezione angusta che la confina alla dimensione patrimoniale e considerare la cultura prima di tutto come una relazione.
Che può rendere più colorata e intensa la nostra vita.
Lo sanno bene i milioni di italiani che leggono libri e vanno ai festival, che frequentano i teatri e le mostre, che si informano e partecipano alla vita associativa. E sanno anche che si vive meglio in un paese in cui tutti vivono meglio, che rispettare le regole conviene a tutti, che bisogna investire oggi per raccogliere domani.
Speriamo che questa élite senza potere nei prossimi anni possa contare di più nelle scelte che farà il nostro paese: l’Italia sarebbe migliore.”

(aprile 2017)

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