22 marzo 2020

Il testo dell'omelia dell'arcivescovo D'Ascenzo nella IV domenica di Quaresima, trasmessa in diretta TV

di Mons. Leonardo D’Ascenzo, Arcivescovo di Trani-Barletta Bisceglie


Il vangelo di questa quarta domenica di quaresima ci racconta il cammino di un uomo, cieco fin dalla nascita, che riceve la luce della vista e, insieme, la luce della fede. La vista che gli viene donata da Gesù è il versante materiale, fisico corporeo, di ciò che riceve sul versante della fede, della relazione con Dio. Il nostro personaggio inizialmente riconosce nel suo benefattore un semplice uomo chiamato Gesù, poi un profeta e, in ultimo, il Signore in cui crede. È questo un vero e proprio itinerario di relazione con Gesù che ognuno di noi è chiamato a percorrere nella propria vita. Domandiamoci: chi è per me Gesù: un uomo qualsiasi, magari anche straordinario ma un semplice uomo? Un profeta che propone insegnamenti interessanti, importanti, affascinanti? Oppure, ecco l’obiettivo verso cui dobbiamo crescere, il Signore, cioè il centro di tutto, colui che illumina la mia vita, il senso della mia esistenza?  
Cieco fin dalla nascita, simbolo dell’uomo senza luce, cioè senza vita, senza fede. È la situazione di ciascuno di noi all’inizio della nostra esperienza in questo mondo, bisognosi di ricevere dal Signore vita e fede. Il fango che viene spalmato sui suoi occhi, sulla parte malata, sulla mancanza di vita, richiama il fango impastato da Dio per la creazione dell’uomo, fango in cui il Creatore soffia il suo alito di vita che lo rende un essere vivente. Questo siamo noi, fango e soffio divino! 
Così il cieco guarito diventa un testimone, uno che annuncia Gesù. Ecco il senso di lavarsi alla piscina di Siloe, che significa inviato. Certo, è paradossale, proprio la parte malata è lo strumento attraverso il quale passa la sua esperienza che diventa testimonianza.
Conosciamo bene il collegamento malattia/peccato creduto allora, in quel contesto storico religioso…, oggi non ci venga in mente di collegare la situazione attuale con il peccato degli uomini e con la punizione di Dio. Il vangelo ci dice diversamente: ciò che era considerato conseguenza del peccato e che umanamente appariva come una mancanza, una limitazione insormontabile, una causa di sofferenza sociale, relazionale, spirituale, diventa strumento, luogo abitato e trasformato da Dio per annunciare la sua signoria cioè il suo prendersi cura della fragilità umana. Chissà come possiamo trasformare questo tempo in occasione, opportunità da abitare per prenderci reciprocamente cura gli uni degli altri. Già molti, che non finiremo mai di ringraziare, medici, infermieri, personale ospedaliero, volontari, forze dell’ordine, autorità pubbliche, sacerdoti, operatori e volontari della Caritas, si stanno spendendo per il bene di tutti noi. È un impegno, questo, che deve toccare e coinvolgere tutti.
Una pandemia, tantissimi contagiati dal coronavirus e tanti, troppi morti. Come conseguenze, al momento presente, registriamo sofferenza per chi è malato, dolore per la perdita di persone care, disorientamento e paura per tutti.
Quale è il senso di questa tragedia? È una domanda di fronte alla quale, per ora, credo dobbiamo chinare il capo, facendo silenzio. Un silenzio rispettoso del dramma di tante persone, ma anche espressione della nostra riconosciuta incapacità a trovare luce in questa tenebra che desideriamo passi al più presto.
Quale è l’appello che sale da questa emergenza e raggiunge ciascuno di noi? Come abitanti di questo bellissimo pianeta terra, siamo una cosa sola, una grande comunità che di fronte al male, al contagio di un virus, comprende di essere formata da persone, tutte uguali, fragili e vulnerabili alla stessa maniera, senza distinzioni. Ma, contemporaneamente, stiamo comprendendo che insieme, uniti, sentendoci responsabili gli uni degli altri, prendendoci cura gli uni degli altri, evitando superficialità e imprudenze che potrebbero avere conseguenze drammatiche per sé e per gli altri, possiamo affrontare e venir fuori da questa situazione, al più presto.
Come al cieco nato, il Signore doni anche a noi la luce della vita e la luce della fede. Possiamo riconoscere in lui il centro, il significato, il tutto della nostra vita.   Per questo, “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi” dice Santa Teresa d’Avila, “chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta! Il tuo desiderio sia vedere Dio, il tuo timore, perderlo, il tuo dolore, non possederlo, la tua gioia sia ciò che può portarti verso di lui e vivrai in una grande pace”. 
Insomma, sia Dio il centro di tutto, sempre, in ogni circostanza. E non sentiamoci mai soli. Anche tu che malato ti trovi in isolamento, in ospedale, in terapia intensiva senza la vicinanza dei tuoi cari, perché ciò non è possibile, non sentirti solo. Nessuno è mai solo…
In conclusione, permettetemi di riprendere e adattare alcune frasi condivise qualche giorno fa nella preghiera di adorazione eucaristica: ci doni il Signore in questa Domenica di quaresima detta della gioia, di sperimentare la pace e, appunto, la gioia! Queste non dipendono dalle circostanze o dagli eventi della vita, della storia, più o meno tranquilli, più o meno favorevoli, sono doni che provengono dall’alto. Sono doni che le parole umane non riescono a descrivere ma sono sperimentati da chi Dio lo accoglie nel suo cuore e sente che nulla più gli manca, perché chi ha Dio, ha tutto. Questa è la verità. 
Buona domenica a tutti!